Intelligenza: un ponte tra neuroscienze ed educazione

Salve a tutti, oggi parliamo di intelligenza, che è, probabilmente, tra i costrutti più complessi e antichi della storia della psicologia. Basti pensare che il primo psicologo dello sviluppo, Piaget, già ne parlava in termini molto generali e con un’ottica principalmente evolutiva affermando che:”Lo sviluppo mentale è una costruzione continua, paragonabile a quella di un vasto edificio che ad ogni aggiunta divenga più solido, o piuttosto alla messa a punto di un delicato meccanismo” .

Nel corso degli anni molti studiosi hanno cercato di inquadrare il costrutto di intelligenza all’interno di una cornice teorico-pratica che spiegasse la sua evoluzione durante l’arco di vita e in termini di specifiche abilità e performance attraverso le quali, usando un linguaggio molto semplice,“l’intelligenza si manifesta”. Diversi sono stati e sono attualmente i filoni di ricerca che riguardano l’intelligenza: dal definire che cos’è l’intelligenza ad individuare le abilità cognitive che più rappresentano i mattoni su cui si fonda l’intelletto umano. Un interessante confronto è quello tra due teorie: la prima descrive l’intelligenza in termini di costrutto unitario definito e misurato, tramite test psicometrici standardizzati, dal QI (quoziente intellettivo).

Dall’altra parte l’intelligenza è vista non come un costrutto unico, ma bensì come un costrutto “plurale”, multidimensionale. Per questa teoria, chiamata Teoria delle Intelligenze Multiple (MIT), non esiste un unico tipo di intelligenza, bensì 8 (intrapersonale, interpersonale, logico-matematica, linguistica, spaziale, cinestetica, musicale e naturalistica), capacità tra loro distinte, diverse per quanto riguarda il campo di interesse che sottendono e diversamente presenti tra individuo e individuo. In questa prospettiva, infatti, si mette in evidenza come non tutti, ad esempio, abbiano una spiccata intelligenza musicale (abilità nel percepire e produrre musica): le abilità di ciascuno individuo non sono, infatti, totalmente innate, ma sono composte da una combinazione di fattori biologici, emotivi e socioculturali. E’ da qui che Shearer (2018), nella sua recente review di oltre 500 ricerche neuroscientifiche, parte. L’autore mette in risalto come le neuroscienze possano fornire metodologie didattiche efficaci agli insegnanti, mediante il ponte fornito dalla teoria delle intelligenze multiple, attraverso 5 idee chiave:

  • Culture matters (la cultura conta!): il cervello è un sistema biosociale, questo vuol dire che è il risultato dell’interazione tra processi biologico-genetici ed esperienze socioculturali che lo plasmano in maniera unica. Considerare, dunque, l’impatto della cultura sullo sviluppo intellettivo risulta molto importante per comprendere ciascun bambino;
  • Activate strenghts (azionare i punti di forza): specifici compiti mettono in moto una specifica attivazione neurale che dà come risultato specifiche prestazioni ai compiti stessi. Capire i punti di forza permette di valorizzare le abilità di ciascun alunno;
  • Know Thyself (conoscersi): questo punto riguarda in particolare l’intelligenza intrapersonale, quella capacità cioè di essere consapevoli delle proprie abilità, dei propri stati emotivi e della capacità di autoregolarsi e concentrarsi su determinati compiti tramite le funzioni esecutive. E’ fondamentale, dunque, far capire all’alunno come riuscire a concentrarsi su di sé, sulle proprie abilità per poter fare meglio;
  • Embodied cognition and the Emotional Rudder (cognizione incarnata e regolazione emotiva): sono famosi gli studi sulla cognizione incarnata dati dalla scoperta dei neuroni specchio (Rizzolati & Craighero, 2006), ma quello che qui è ancora più importante è il legame tra cervelletto (responsabile del movimento e dell’equilibrio) e la corteccia frontale (sede del controllo esecutivo che implica risorse attentive e mnestiche). Corpo e mente sono connessi e portare gli alunni a focalizzarsi sul proprio stato psicofisiologico rispetto ad un determinato argomento cercando di capire con loro “come si sentono” potrebbe essere importante per la ricaduta degli apprendimenti sulla vita quotidiana degli stessi;
  • Make it Mean Something! (Dagli significato!): questa ultima idea si connette alla precedente e aggiunge un’idea di complementarietà tra emozioni (come io mi sento emotivamente) e cognizione (ciò che io so, il modo in cui io sono capace di imparare) sottolineando come le emozioni possano modificare quante, quali e in che modo le informazioni vengono processate. A sua volta, sapere modifica l’idea che un alunno ha di sé e i suoi stati emotivi nei riguardi di una determinata materia. E’ importante dunque analizzare separatamente gli aspetti cognitivi e quelli emotivi che sono coinvolti nell’apprendimento, ma è anche importante comprendere come questi interagiscono tra loro.

Shearer (2018) conclude ponendo l’attenzione su come la Teoria delle intelligenze multiple e il costrutto unitario del QI non siano opposti, ma parte di livelli diversi del medesimo costrutto, evidenziando, però, come individui con QI uguali (somma delle parti) siano diversi tra loro per quanto riguarda le performance in specifici ambiti (parti specifiche e diverse tra loro). L’autore riporta inoltre come un’intelligenza, per essere considerata distinta dalle altre debba avere riscontri specifici dal punto di vista neurale, delle abilità coinvolte, della storia evolutiva e dei risultati sperimentali e psicometrici (Gardner, 1993). L’intelligenza, insomma, rimane un costrutto complesso che coinvolge l’essere umano in maniera diffusa e continuativa per tutto l’arco di vita. Nello studiare il funzionamento intellettivo dunque, bisogna tenere conto di tantissime variabili che vanno ad intersecarsi in maniera più o meno diversa in ciascun individuo. Per usare le parole di Gardner (1999): “L’intelligenza è un potenziale bio-psicosociale usato per processare informazioni che emergono in un contesto culturale, per risolvere problemi o creare nuovi strumenti che abbiano un impatto in una specifica cultura.”

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